tratto da “http://www.agscosmo.it”

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“La Rai chiede il canone (e la mora) agli aquilani che non hanno pagato dopo il terremoto”

by Antonio Trapani on feb 22, 2012 • 15:32

Non bastava il tentativo, rientrato dopo le proteste, di far pagare il canone Rai a imprese e professionisti che possiedono un pc collegato a internet. Viale Mazzini avrebbe chiesto soldi anche agli aquilani che dopo il terremoto hanno smesso di pagare. E avrebbe preteso pure la mora. Lo denuncia Bruna Marcantonio, cittadina del capoluogo abruzzese, aPanorama.it.

“Dopo il sisma del 6 aprile 2009 – racconta – in città non sono arrivate bollette di nessun tipo per diversi mesi. Abbiamo ripreso a riceverle dal 2011 e abbiamo pagato il dovuto a tutti, dalla Telecom all’Enel. L’unica che non si è fatta più sentire è la Rai, per cui tutti abbiamo pensato che il canone per il periodo 2009-10 non andasse pagato”.

Nel 2011 la coinquilina della signora, l’iraniana Leila Karami Nogurani, decide di trasferirsi nel Lazio. È lei la titolare della tv di casa Marcantonio, quindi chiede la disdetta del canone: il 14 maggio 2011 paga 56 euro, a saldo del primo semestre 2011, e ritiene chiusa la pratica. Invece il 16 febbraio di quest’anno – pochi giorni fa – la Rai la contatta, imponendole di pagare 167 euro di canone e 27 “per sanzioni amministrative e interessi di mora”.

La signora Karami chiama il call center RispondeRai per avere chiarimenti. I 56 euro che ha versato, le dicono, coprono il primo semestre 2010: restano da pagare il secondo semestre di quell’anno e il primo del 2011, più la mora. La donna fa presente all’operatore che agli aquilani non sono arrivati i bollettini per il pagamento del canone 2010. Risposta: erano i cittadini a dover chiedere l’esenzione, e chi non l’ha fatto va considerato moroso.

“Come aquilana mi sento umiliata dal comportamento della Rai – dice la signora Marcantonio. – Come si può pretendere che chi vive una città distrutta, e magari ha subito la perdita di amici o familiari, pensi all’esenzione dal canone? La parola moroso mi offende profondamente. Se ci avessero detto di pagare, l’avremmo fatto. Invece non si sono fatti più sentire”.

Nelle prossime settimane si capirà se la vicenda è isolata, o se invece riguarda tutta la cittadinanza. Se la signora ha ragione, la Rai potrebbe far partire una pioggia di richieste di pagamento. E da individuale la protesta potrebbe diventare collettiva.

 

http://blog.panorama.it/italia/2012/02/22/la-rai-chiede-il-canone-e-la-mora-agli-aquilani-che-non-hanno-pagato-dopo-il-terremoto/

 

tratto da”http://www3.lastampa.it”

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18/02/2012 – LAVORO LE NUOVE FRONTIERE

Per i nuovi macchinari
pagano anche gli operai

La Sisme è dal 1957 la principale aziendametalmeccanica della provincia di Como Oltre allo stabilimento diOlgiate, il gruppo controlla due siti produttivi in Cina e Slovacchia.
 

Accordo alla Sisme di Como:
sì allo stipendio ridotto
se l’azienda non va all’estero

MARCO ALFIERI
inviato a como

Da piccola immaginava un futuro diverso, impegnata a disegnare vestiti come Dolce & Gabbana. In nessuno dei suoi sogni c’era il cannello per saldare pezzi di motorini per lavatrici, «ma la vita spesso ti porta su lidi distanti da quel che avevi pensato…».

Marina Cedraschi, 33 anni, per tutti Marina «Lennon» in omaggio al suo mito musicale, fa parte dei 301 operai che l’8 febbraio hanno votato «sì» al referendum promosso dai sindacati della Sisme: «accettereste di co-finanziare l’acquisto di un nuovo impianto produttivo?» Una specie di contributo di solidarietà all’azienda per evitare la delocalizzazione. «Accetteremmo, si».

La Sisme è la più importante impresa metalmeccanica del comasco. Fornitrice del colosso tedesco Bosch, produce motori per elettrodomestici e impianti di refrigerazione e ventilazione. Ancora 10 anni fa l’azienda di Olgiate impiegava 1.200 addetti. Scesi a 518 dopo la delocalizzazione in Cina (Tianjin) e Slovacchia e la dura ristrutturazione del settore «bianco» (30mila posti di lavoro bruciati in 4 anni). Pesano il calo dei consumi, il rincaro delle materie prime e la corsa dei colossi mondiali a produrre nei paesi dell’Est Europa dove il costo del lavoro pesa un quinto e le tasse sfiorano il 20 per cento. Per la dorsale metalmeccanica padana una concorrenza crudele.

Nel 2009, in pieno tsunami, l’azienda della famiglia Costantini decide di spostare 3 linee produttive nel sito slovacco di Velky Krtis. Il sindacato si attiva per gestire l’emergenza: parte la cassa integrazione e l’accompagnamento alla pensione. Sono mesi difficili: i ricavi crollano a 84 milioni (-22%). Dopo la mini ripresa 2010, nel 2011 la coda recessiva impone un nuovo round di sacrifici. Sisme sperimenta coi sindacati la mobilità volontaria insieme ad un mega piano di contratti di solidarietà che cuba il 40% del totale stipulato in Lombardia. Apripista di una gestione partecipativa sfociata appunto nel referendum dell’altro giorno, approvato dal 65% dei lavoratori.

Per rilanciare il lavoro in Italia servono tuttavia 5 milioni: è il costo della nuova linea produttiva per motori elettrici di generazione tre. I Costantini non ritengono sostenibile l’investimento, minacciano 300 esuberi e di spostare un altro pezzo di produzione in Slovacchia. Ma i lavoratori si mobilitano: scioperi, blocchi e cortei. Marina «Lennon» apre una pagina Facebook – «la Sisme non si tocca e non si sposta» – che diventa una specie di agorà comunitaria in cui discutere di lavoro, mandarsi messaggi e commenti alle partite, condividere video insieme ai post dei sindacalisti che aggiornano la vertenza. L’unione fa la forza e i «sismini» vincono la loro battaglia. Prima di natale la proprietà accetta di negoziare sul principio «risparmi in cambio di investimenti in Italia».

Il resto è cronaca. Un mese fa nasce una commissione tecnica guidata dal professor Luigi Campagna del Politecnico di Milano, Ermanno Dalla Libera dell’Istituto Poster e l’ex segretario nazionale della Fim, Giorgio Caprioli, che entro fine aprile dovrà presentare un piano di miglioramento della produttività aziendale capace di generare risparmi per co-finanziare la nuova linea produttiva.

In caso contrario i lavoratori si tasseranno per raccogliere 700mila euro. Il contributo all’investimento, votato nel referendum, sarà modulato sui livelli retributivi, nessuno escluso: per un terzo livello sarà di 700 euro, per un quadro di 1.500, per un dirigente di 4mila. «E’ giusto che il contributo arrivi anche dai noi, siamo tutti lavoratori che tengono alla Sisme», spiega il direttore del personale, Sergio Luculli.

E’ la fine di un incubo. L’intesa proprietà-sindacati viene firmata giovedì in Confindustria a Como: al primo piano si limano gli ultimi dettagli, nella stanzetta vicina i delegati di fabbrica, Slai-Cobas, Fiom, Fim e Uilm aspettano impazienti tra goliardia e un senso di amicizia raro, senza colori politici, forgiatosi nella lunga vertenza.

«Ognuno di noi ha dovuto rinunciare a qualcosa per tutelare i lavoratori e il loro posto in azienda in uno scenario di mercato nuovo e incerto», ammette Stefano Muzio, segretario provinciale della Uilm. «Ma sbaglia chi ci accusa di aver svenduto i diritti degli operai, non è così…».

Per questo mentre le crisi industriali esplodono da nord a sud, gonfiando mobilità, esuberi, suicidi e gesti disperati, l’accordo in Sisme farà discutere. Si spera di non doverlo estendere ma certamente è un caso di scuola: «Si tratta del primo referendum in Italia a cui partecipano lavoratori e dirigenti tra cui il vice direttore generale, Serena Costantini, proprietaria dell’azienda con il padre e il fratello», ragiona Alberto Zappa, segretario della Fim Cisl di Como, uno dei registi dell’intesa. Sfociata dopo mesi di lotta «in un modello di partecipazione in cui tutti si assumono la responsabilità dei costi e della competitività ai tempi della globalizzazione». E quando dice tutti Zappa intende «lavoratori, proprietà e insieme Fiom, Fim, Uilm e Slai Cobas» che a Roma litigano mentre sul territorio sperimentano vie nuove per uscire dalla crisi. «Senza piantare bandierine ideologiche».

Il risultato è che in cambio della potenziale rinuncia ad un pezzetto di stipendio (o una minor maturazione del Tfr), dopo 6 anni Sisme tornerà ad investire in Italia su motori di nuova generazione. Un progetto che vale 40 posti di lavoro. «C’era questa opportunità per spingere l’azienda a fare il benedetto investimento e l’abbiamo sfruttata», sorride Lucia Rizzo, operaia, delegata Fiom. «I lavoratori ci hanno sostenuto, tutto il resto non conta…».

tratto da”http://www.edilportale.com”

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16/02/2012 – L’eccessivo allungamento dei tempi di ricostruzione e il ritardo nell’avvio dei lavori di recupero degli edifici danneggiati hanno già portato gli Ingegneri italiani ad esprimere forti perplessità sulla soluzione di guidare gli interventi di ricostruzione post-terremoto dell’Aquila attraverso complicati e farraginosi Piani di Ricostruzione, inutili per come sono stati concepiti e che innescano burocrazie difficilmente gestibili.

Ricostruzione L’Aquila: gli ingegneri italiani lanciano l’allarme

 
Un documento del Centro Nazionale di Studi Urbanistici (CeNSU) e del CNI, sottoscritto da tutti gli Ordini provinciali e dalla Federazione degli Ordini dell’Abruzzo, sottolinea gli aspetti che non sembrano avere ancora avuto la giusta risposta.
 
A partire dall’eccessiva burocratizzazione dei Piani di Ricostruzione e dall’ingerenza delle Università nella fase di progettazione. Gli ingegneri sottolineano la necessità di individuare le priorità di intervento, distinguendo la situazione de L’Aquila, capoluogo regionale e città di grande rilevanza storica, rispetto ai piccoli centri rurali, nuclei e case sparse e coinvolgere, sin dalla fase di progettazione, le professionalità locali che costituiscono il naturale tramite tra la società civile e le strutture tecniche di coordinamento. “Il piano di ricostruzione dovrà farsi carico, accompagnandolo dove possibile ed in modo tempestivo, con direttive più che con norme, con accordi più che con vincoli, di un progetto edilizio complessivo che appare sempre più urgente ed indifferibile, sul quale concentrare tutte le risorse”.
 
Per quanto riguarda la certezza dei tempi e dei finanziamenti diventa indispensabile definire, immobile per immobile, l’entità del finanziamento pubblico e l’impegno integrativo del proprietario sulla base di un progetto edilizio, seppur di massima. Come è avvenuto in Friuli, l’anticipo dell’erogazione del contributo pubblico e le agevolazioni fiscali, come ad esempio l’esenzione IVA, sono stati fondamentali per l’avvio dei cantieri.
 
È altrettanto importante saper valutare le proporzioni del mix pubblico-privato che si sta componendo e che va programmato con precisione. Nelle ricostruzioni già avvenute nel passato le risorse pubbliche erogate hanno movimentato almeno altrettante risorse private e questo mix è stato il motore vero di una Ricostruzione compiuta. Il miglioramento degli edifici che i tecnici possono garantire con l’adeguamento del 100% alla normativa sismica costituisce un’indicazione di civiltà ed è il primo fattore di sicurezza, anche psicologica, di un territorio esposto a rischio terremoto.
 
Sul fronte della sicurezza antisismica degli edifici riparati o esistenti gli ingegneri considerano assurdo il limite dell’80% del contributo pubblico ed il restante 20% a carico del privato. Inoltre, l’adeguamento sismico, come è per l’edificio ricostruito ex novo, deve essere totale anche per quello riparato e in questa ottica, va messo in atto un importante ed esteso processo di adeguamento per il patrimonio edilizio esistente, anche non danneggiato.
 
Infine un messaggio chiaro sull’etica della ricostruzione. La complessa macchina dell’edilizia che si metterà in moto deve essere equilibrata anche sul piano degli interessi contrapposti che si metteranno in gioco. Il ruolo del tecnico, pubblico e privato, quello della pubblica amministrazione e delle imprese devono garantire la trasparenza del processo. Il CNI ha proposto un Codice etico per la Ricostruzione al fine di garantire un comportamento deontologico degli ingegneri, ma anche per prevenire o illuminare le situazioni non-etiche, presupposto spesso di veri atti di corruzione.
 
 
Fonte: Ufficio stampa Consiglio Nazionale Ingegneri
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